Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

lunedì 24 luglio 2017

Un inverno a Maiorca


Maiorca, definita comunemente "la perla del Mediterraneo", ideale come località in cui svernare o trascorrere una vacanza in tutta comodità non era esattamente tale nel 1838, quando George Sand la scelse per un soggiorno con i due figli e l'amico Fryderyk Chopin. Ne racconta nel suo Un inverno a Maiorca, recentemente pubblicato, per la prima volta in italiano, da L'Iguana editrice, con una traduzione accurata e corredato di una postfazione, a cura di Cinzia Bigliosi, che posiziona il testo nella vita dell'autrice.
Chiacchierata, la scrittrice George Sand, nom de plume di Amandine Lucie Aurore Dupin, era separata dal marito ed ebbe amanti famosi come De Musset e, appunto, Chopin. Autrice prolifica che vede, ai giorni nostri, piuttosto dimenticate le sue opere, anche se viene ancora indagata la sua vita per l'anticonformismo che la distinse, come il vezzo di vestire da uomo e fumare sigari e per il suo occuparsi di politica, territorio esclusivamente maschile a quel tempo, accarezzando un raffinato ideale socialismo.
A tratti didascalico, come una vera e propria guida di viaggio, Un inverno a Maiorca si presenta infarcito di osservazioni personali sugli abitanti, i Maiorchini, poco avvezzi ai turisti e accoglienti solo a parole. Un vero e proprio trattato che spazia dalla natura del paesaggio alle bellezze architettoniche del luogo, ma a renderlo interessante e guadagnargli un posto di rilievo nella letteratura odeporica sono le notazioni che rivelano di Sand uno spiccato senso di adattamento e il gusto dell'avventura, non meno di quello della scrittura. L'autrice vorrebbe mantenere il suo racconto su un piano impersonale, ma ammette che l'«-io e noi- è la -soggettività- fortuita senza la quale -l'oggettività- maiorchina non si sarebbe affatto rivelata».
Era partita apparentemente nel desiderio di far cambiare aria al figlio e, nel contempo, assicurare a lui e alla figlia, continuità negli studi, perciò portandosi appresso libri e quant'altro. Al viaggio si era aggregato Chopin, ma il soggiorno nell'isola risultò assai gravoso per lui, e nondimeno per loro, a causa della sua malattia e della mancanza di cure adeguate, irreperibili a Maiorca.
L'isola era spazzata dai venti, con una temperatura variabile ma tendenzialmente bassa, senza «una sola strada, un solo sentiero praticabile» che le conferiva «un'aria di abbandono» e si può immaginare quale sia stato il problema di farvi pervenire un pianoforte, indispensabile a Chopin per comporre quei Preludi che, da soli, bastano a decretarne la grandezza. A Palma bisognava «essere raccomandati e presentati a venti delle persone più autorevoli, e attendere parecchi mesi per sperare di non dormire in aperta campagna». Trovarono perciò con difficoltà una sistemazione abitativa, adattandosi a vivere senza i mobili e gli accessori a cui erano abituati e trasferendosi poi in una «pittoresca certosa» da cui si dominava il mare. Un luogo «immenso» dove «c'è tutto e l'arte non può aggiungervi niente».
Nonostante le stranezze degli abitanti e gli infiniti problemi legati alla carenza di cibo e alla salute di Chopin, Sand sarebbe stata propensa a trattenersi sull'isola che considerava una sorta di buen retiro perché «la Svizzera e il Tirolo non hanno avuto per me questo aspetto di creazione libera e primitiva che mi ha tanto incantato a Maiorca». Un atteggiamento conseguente alla sua  motivazione a quel particolare viaggio che rispondeva a «un bisogno di riposo» in un luogo «silenzioso, isolato, dove non avrei biglietti da scrivere, né giornali da scorrere, né visite da ricevere».
Il libro si dilunga in modo interessante anche sui problemi economici dell'isola e sul loro risvolto nel carattere degli abitanti, ma è altrettanto prezioso per le osservazioni dell'autrice sulla natura intrinseca del viaggio, sulla spinta ad abbandonarsi a «questo piacere dispendioso, faticoso, talvolta rischioso e sempre disseminato di innumerevoli delusioni».  Per sé, George Sand ammette che «di tutti gli aspetti che assume l'ideale (o, se questa parola vi infastidisce, il sentimento del "meglio"), il viaggio è uno dei più divertenti e dei più fallaci». E ancora «Non si tratta tanto di viaggiare quanto di partire: chi di noi non ha un dolore da cui distrarsi o un giogo di cui sbarazzarsi?».

Damasco

Damasco

La Grande Siria, che comprendeva fino al 1946 anche Libano, Palestina, Israele e Giordania, è il teatro del romanzo Damasco, di Suad Amiry. Con un respiro temporale che va dal 1926 ai giorni nostri, presenta un affresco umano e ambientale che ci porta lontano dalla situazione devastante e devastata della Siria come appare oggi. Al contrario, si entra e respira nel tranquillo palazzo signorile della famiglia Baroudi, nel cuore di Damasco, una casa protetta da «un gigantesco portone» che precludeva agli estranei «le vicende, gli accordi commerciali, i segreti e gli scandali che avevano avuto luogo nei numerosi angoli di quella casa, negli spazi aperti e in quelli al chiuso». E gli esterni di fango «rendevano impossibile immaginare il tipo di ricchezza e di splendore che si celava dietro mura tanto alte e impenetrabili».
Teta sposò Jiddo a soli quattordici anni. Lui, di vent'anni più grande, rappresentava un ottimo partito perché appartenente a una facoltosa famiglia di mercanti. Ancora bambina, lasciò il suo villaggio in Palestina, Arrabeh, per stabilirsi nella casa di Damasco, modulata sui ritmi e le regole imposte dalle sorelle nubili di Jiddo. Come prevedeva la tradizione, il ritorno al villaggio della sposa era possibile solo dopo aver onorato il marito, e la sua famiglia, di un figlio maschio. Per Teta, questo momento avvenne trent'anni dopo il matrimonio, con quindici gravidanze sostenute e cinque figlie e tre figli sopravvissuti. Particolari che inducono una certa tristezza, seppure inseriti in un contesto di sottomissione totale al marito richiesto dalle consuetudini del tempo a tutte le donne indistintamente.
Eppure, nella grande e ricca casa damascena, risuonavano anche grida festose, fiorivano i pettegolezzi, si intrecciavano i percorsi di vita di innumerevoli persone e i giorni scorrevano con un  ritmo malinconicamente accettabile per Teta e gli altri, movimentati dai grandi raduni familiari previsti immancabilmente il venerdì. Alla «Grande Bouffe» partecipava tutta la famiglia, rispettando un preciso ordine di arrivo e un altrettanto preciso cerimoniale di saluti. Raduni che continuarono fino alla morte di Jiddo, vissuto quasi cent'anni, quando la famiglia si sgretolò e prevalsero interessi personali rimasti sopiti per anni. Non cambiava mai nulla in quelle feste, tranne il menu che comprendeva sempre diversi piatti principali e un numero incalcolabile di antipasti, risultato di «un'accurata organizzazione e un notevole sforzo».
Suad Amiry, nipote di Teta e Jiddo,  afferma di aver scritto la storia della sua famiglia su pressione del suo editor, e sembra scusarsi per le «inevitabili incongruenze: memoria affettiva e ricordi d'infanzia non possono che essere pieni di contraddizioni, smagliature, buchi». Ma proprio insinuarsi in questi buchi permette di immaginare, o sognare, i tradimenti, gli intrighi, i matrimoni combinati e sofferti e le innumerevoli emozionanti storie che tessono la trama del romanzo.

Damasco, Suad Amiry, cura e traduzione dall'inglese di Maria Nadotti, Feltrinelli 2016.
Suad Amiry è un'architetta palestinese, nata a Damasco, risiede a Ramallah ed è impegnata sul fronte della conservazione del patrimonio architettonico del suo Paese. Ha già pubblicato altri volumi per Feltrinelli, sempre con la pregevole traduzione di Maria Nadotti.


Questo testo, corredato di splendide immagini scelte da Fernanda Ferraresso, è già comparso sul blog Carte sensibili

Sulle tracce di Artemisia


Un incontro inaspettato, a Napoli: Artemisia Gentileschi (1598), che lì visse e tenne scuola di pittura e accademia di disegno. Sue opere al Museo Nazionale di Capodimonte e a Palazzo Zevallos. Facile perdersi nei colori pastosi delle stoffe che rivestono le sue eroine, come Giuditta, interrogarsi sul sangue che macchia la tela, sotto la testa di Oloferne, (ri)conoscere la grandezza di un talento pittorico femminile, quindi raro, del Seicento.
Guida d'eccezione è Artemisia, di Anna Banti, libro sorprendentemente fresco e coinvolgente, benché pubblicato nel 1947. Una prosa «stupenda, mossa, varia[...], insaporita di dialetti», come la definisce nella postfazione Attilio Bertolucci. Libro difficile a definirsi perché non è un romanzo storico, anche se si può leggere come tale, ingolfandosi negli eventi di una vita non ordinaria, ma Banti si mette qui direttamente in gioco, richiamando emozioni e intessendo un dialogo immaginario con la sua protagonista, talvolta  apparendo restia a parlarne o impossibilitata a non farlo.
«Ora è per me sola che Artemisia recita la lezione, vuol provarmi di credere tutto quel che inventai e si fa tanto docile che persino i suoi capelli cambiano di colore, divengono quasi neri, e olivastro l'incarnato: tale io l'immaginavo quando cominciai a leggere i verbali del suo processo sulla carta fiorita di muffa».
Anna Banti (1895 - 1985), pseudonimo di Lucia Lopresti, autrice di  alcune importanti biografie di artisti, era interessata alla peculiarità del talento pittorico femminile e ne scrisse anche in un'altra sua opera, Quando anche le donne si misero a dipingere, dove incontriamo, tra gli altri, i ritratti di Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana e Vanessa Bell. In Artemisia accompagna la giovinetta orfana di madre, figlia di Orazio, pittore famoso, nel corso della sua vita, segnata da uno stupro e, insieme, dal processo che ne seguì. Più di una ferita per Artemisia, una voragine del cuore e degli affetti che l'accompagna sempre, prima costringendola a uno strano matrimonio di facciata destinato, negli anni, a diventare il simulacro di un amore, senza però donarle serenità alcuna o colmare la sua solitudine.
«Non so se di giorno o di notte, se lavorando o passeggiando, ma ad Artemisia, quella spina di Antonio perduto, e perduto per sua colpa, non dette mai tregua».
Immerso nelle sue opere, influenzate dalla corrente caravaggesca, il padre  Orazio appare distaccato, anche quando non lontano, incurante dei suoi figli, interessato solo alla precoce inclinazione artistica di questa figliola che farebbe qualunque cosa per compiacerlo. Ed eccola, Artemisia,  in partenza, per rincorrere eventuali committenti, o sfuggire all'ostilità del prossimo, che la riteneva troppo disinibita, alla volta di Firenze, Napoli, Genova, Londra.
Banti, nella nota di apertura, sostiene che Artemisia sia stata  «Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi».
E, più avanti, considerando le sue coraggiose scelte di vita: «Questa donna che in ogni gesto vorrebbe ispirarsi a un modello del suo sesso e del suo tempo, decente, nobile e non lo trova».
Del suo peregrinare, tra commesse di lavoro, fughe, traslochi e spostamenti vari, resta un lascito di opere che raccontano soprattutto un dolore atroce elaborato nell'alfabeto dell'arte, di una bellezza cupa e smagliante, allo stesso tempo. Banti dichiara che non esistano prove certe della sua data di morte, mente Giulio Carlo Argan la attesta attorno al 1651. Forse un altro segno, una pennellata, perché a ricordare il suo nome non sia una lapide, ma quadri che valgono un viaggio, e non solo.



Artemisia Gentileschi è una personaggia che mi è particolarmente cara e ne ho scritto anche qui
invece il testo riportato sopra si può trovare anche sul blog Carte Sensibili