Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

lunedì 24 aprile 2017

La grazia del demolitore



Solo una penna surreale ed empatica come sa farla funzionare Fabio Bartolomei può costruire, e sostenere, il plot fantasioso eppure credibile che si scopre in La grazia del demolitore.

Davide è il rampollo di un palazzinaro senza scrupoli e di una donna persa in una qualche malinconica dolcezza mentale, che parla con suo figlio coinvolgendolo in raffinati passi di Tango Argentino. Questo giovane, che dispone di una vita a dire poco scevra da problemi, può contare su una Maserati, un conto in banca apparentemente illimitato, tutte le donne che gli vanno a genio e un paio di amici altrettanto abbienti e stralunati. Eppure si interessa e poi invaghisce di una ragazza cieca, Ursula, che ha il difetto (o il pregio?) di occupare l'ultimo alloggio di uno stabile condannato alla demolizione dall'ingordigia del palazzinaro di cui sopra. Davide, nel tentativo di rendere più semplice la vita alla ragazza, non si accontenta di riparare marciapiedi sconnessi, dove lei potrebbe inciampare, ma aggiunge alberi e cespugli profumati, perché le essenze colmino il gap sensoriale della mancata vista e la aiutino a orientarsi.
Un romanzo pieno di trovate, difficile parlarne senza svelare troppo, però anche difficile tacere di quando il nostro demolitore  in pectore trascrive, in bassorilievo Braille (!), sul corrimano della scala, le poesie di uno dei libri più consultati da Ursula. Salvo scoprire che non di poesie si tratta.
Se avete letto La banda degli invisibili, Giulia 1300 e altri miracoli e We Are Family, troverete questo nuovo romanzo ancora più irresistibile. E la penna di Bartolomei diventa sempre più raffinata.

La grazia del demolitore, Fabio Bartolomei, e/o, 2016.


mercoledì 5 aprile 2017

Ah, l'amore!

Ah, l'amore! Quante righe sono state scritte in suo nome, e lacrime versate e cioccolatini, rose rosse, diamanti acquistati in suo pretesto. E si continua a parlarne  perché resta un sentimento misterioso, evocato con enfasi, invocato e ripetuto ad oltranza nelle canzoni, accennato con riserbo dai parsimoniosi della parola, sostanzialmente inspiegabile.  Raramente si parla di quel particolare amore che si vive nella stagione più tarda della vita, l'amore tra anziani, non l'innamoramento fuggevole, appunto quel che in Questa cosa bizzarra che si chiama amore è tratteggiato come un rapporto amoroso e amorevole, con tutte le manie e le memorie di un sentimento messo alla prova dagli anni e dalla vita che scorre.
Scritto a due mani, come nella finzione letteraria, da ElKe Heidenreich, scrittrice, critica letteraria, giornalista e Bernd Schroeder, sceneggiatore e regista. In forma di diario, presentano Lore e Harry, sposati da decenni, che  riferiscono delle stesse cose, degli stessi impegni e difficoltà ma con punti di vista diversi, decisi a convincersi a vicenda eppure consapevoli di dover mediare. In pensione e dedito al giardinaggio, lui. Ostinata a lavorare in biblioteca e a organizzare incontri con gli autori, lei. «Lore, lascia a me il giardino e tu pensa ai tuoi libri, okay?» scrive Harry.
C'è una sorta di distanza dalla figlia, non dovuta soltanto al luogo in cui risiede, ma alla difficoltà di accogliere le sue scelte. «Cos'è normale? Cos'è giusto? La verità è amara: non capisco né mia figlia, né mia nipote. Sarà colpa mia?» scrive Lore.
E il sesso? Perché sembra sconcertante parlarne se avviene tra non giovani e giovanissimi, ma ecco Lore: «Abbiamo fatto l'amore come una volta (...). Da innamorati. Mica alla maniera dei vecchi...vecchi? Siamo vecchi? Diciamo anziani, già, ma per gli anziani i ritmi sarebbero lenti, tirati per le lunghe... Noi, tutto il contrario».
I sentimenti evolvono attraverso le prove che riserva l'esistenza, sembrano svanire, offuscati dai tradimenti, veri o presunti, ma possono anche  sorprendentemente risorgere. Lore: «Ti amo ancora, mi sa». Harry: «Avvertimi quando ne sei certa».
La quotidianità è fatta di gesti ripetitivi, logoranti, di necessità impellenti, scadenze a cui conformarsi, così Lore: «Mio marito non finisce mai di irritarmi, ma ha dentro ben più di quello che posso aver capito io in tutti questi anni [...] Ma anch'io ho dentro cose che lui nemmeno sospetta. Nostalgie, paure, sensi di colpa». E infine, Harry: «Ah, Lore, quanto mi manchi. Perché non sei qui ad avere l'ultima parola, come hai sempre fatto?». 
Ma non è un rimpianto, è una dichiarazione d'amore.

Questa cosa bizzarra che si chiama amore, Elke Heidenreich, Bernd Schroeder (Alte Liebe, traduz. di Margherita Belardetti), Astoria, 2016.