Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

lunedì 21 marzo 2016

A mille ce n'è

Difficile resistere alla tentazione di evocare caso, fato, destino, nel romanzo di Cinzia Bigliosi,  per indicare il misterioso percorso della vita che porta due donne a incontrarsi-scontrarsi in un "incidente", facendo deflagrare il loro senso di maternità: desiderato e frustrato per l'una, realizzato e risolto drammaticamente per l'altra.
Una donna è Irma, architetto paesaggista, con il cuore e la mente piena di entusiasmo e promesse per il suo lavoro e la sua vita affettiva. L'altra è mamma di una bambina, bella come una bambola, insieme canticchiano A mille ce n'è e preparano una torta in una situazione da dipingersi e racchiudere in un quadretto, cane compreso.
Il titolo del libro prelude a una narrazione fiabesca, ma questa storia non è una fiaba, niente di più lontano dalla parabola di prove, con  tensione crescente, che si scioglie in un lieto fine. Qui è la realtà dei sentimenti, nella loro lacerante tristezza. La fotografia di un attimo nella vita di due donne, due coppie, due case, come potrebbero essere altre mille, quando le certezze perdono consistenza e prendono il sopravvento i fantasmi dei desideri, mentre la ragione viene obnubilata dal senso di colpa. Qui, attraverso svelamenti successivi, si scopre che nulla è come appare: l'inizio è la fine, la bambola non è tale, la canzone non è felice come sembra, l'incidente non provoca la morte e la morte non è un sogno.

A mille ce n'è, Cinzia Bigliosi, L'Iguana editrice 2015.

venerdì 18 marzo 2016

La tesa fune rossa dell'amore

Nel testo introduttivo di Silvia Vegetti Finzi un riferimento specifico a Freud, per cui "i poeti ci precedono sempre". Un altro modo per dire la vertigine che ci assale quando leggiamo parole apparentemente  per noi, anche se ignoriamo tutto di chi le abbia pensate e scritte.  Più o meno la sensazione penetrante che  si  prova nell'accostarsi a questa raccolta di poesie sulla narrazione infinita, eppure ancora largamente inesplorata, tra madri e figlie. Tutte voci contemporanee di lingua inglese, magistralmente tradotte  ma leggibili in originale, nel testo a fronte.
Un'antologia poetica  in tre parti. La prima indaga il dilemma tra fusione e separazione nel rapporto madre-figlia, come pure la tendenza a somigliarsi, nel tempo, fino a sovrapporsi. Nella seconda parte, prevalgono la critica, l'omaggio postumo, l'abbandono e la "rinegoziazione del rapporto", come precisa Fiorenza Mormile nell'introduzione, ma si può trovare anche il tema della nostalgia e l'autocritica delle madri. La terza parte della raccolta è focalizzata sul tema della discendenza e della compensazione di difetti.
Le voci poetiche sono relativamente recenti, risalgono all'ultimo trentennio, in gran parte tradotte qui, per la prima volta, dalle poete curatrici e traduttrici che offrono materiale di riflessione su un argomento funestato da stereotipi, un "enigma psicoanalitico", come lo definisce Anna Salvo nella postfazione. Rimasto in ombra, rispetto a quello di madre-figlio, è rapporto fondante e la madre è, per figlia e figlio, "il primo oggetto d'amore", secondo la definizione di Freud. Eppure, tante donne impiegano una vita intera per districarsi fra amore e rancore sottile. Madri odiate, oppure idealizzate, feroci o depauperate, e accanto, figlie lamentose, in disparte, irrealizzate. Per Salvo, l'amore-passione per la madre è come un "testimone" che basa il suo racconto sulla persona e senso di solitudine dall'oggetto materno che riporta al passato.
La raccolta si chiude con un invito alle donne: farsi soggetto di "nostalgia aperta", "capace di ricercare e rincorrere sempre nuove immagini e nuovi riverberi attorno alla madre".
...
I'll not ask for the impossible;
one learns to walk by walking.
In time I'll forget this empty brimming,
I may laugh again at
a bird, perhaps, chucking the nest-
but it will not be happiness,
for I have known that.
(Rita Dove, da Mother Love, W.W. Northon&Company, New York-London 1995).

...
Non chiederò l'impossibile;
si impara a camminare camminando.
Col tempo dimenticherò questo vuoto traboccante;
posso ancora ridere,
forse, di un uccello che abbandona il nido-
ma non sarà la felicità.
Quella l'ho conosciuta. 
(nella traduzione di Anna Maria Robustelli)

e ancora:
...
You never really understood, did you,
how much stronger than her she thought you were
and how you forced her to go to new places
and how she learned eventually
and she went.
Even your refusal to hate outright
and to give up on the possibility of understanding.
The fact is-
You've won
she knows it
and she's proud.
And she said to tell you
she loves the way you read poetry out loud-
even though you still stutter
and you always make a couple of mistakes.
(Karen Alkalay Gut, da So far, so good, Silvan, Tel Aviv e Boulevard, Oxford 2004)

...
Non hai mai capito, vero?
quanto lei ti credeva la più forte
e come l'hai costretta ad andare in luoghi sconosciuti
e come alla fine ha imparato
e c'è andata.
Anche il tuo rifiuto di odiare del tutto
e di rinunciare alla possibilità di capirvi.
Il fatto è-
hai vinto tu
lei lo sa
e ne è orgogliosa.
E mi ha detto di dirti
che le piace tanto come leggi la poesia ad alta voce-
anche se balbetti ancora
e ci metti sempre un paio di errori.
(nella traduzione di Brenda Porster)

La tesa fune rossa dell'amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, La Vita Felice 2015.











Camilla e Mafalda, 1941,
ciao mamma, ciao zia







lunedì 14 marzo 2016

Indagare a Venezia

Improperi del pope, provièr muscoloso e tatuato, gondola che beccheggia, sì, è Venezia. E l'indagine poliziesca del commissario Jacopo Zambon si snoda appunto tra calli e campielli, ma lontano dal chiasso del turismo straripante, piuttosto tra vecchie trattorie, case di amici, luoghi in cui si incontravano da ragazzi,  e ambienti ecclesiastici.
Elisabetta Baldisserotto, l'autrice di questo giallo, psicologa analista junghiana, manda in analisi (anche!) il commissario per elaborare la separazione dalla moglie e trovare una misura tra dedizione al lavoro e spazio per gli affetti. Gran lettore, questo Zambon, ama la letteratura americana degli anni Venti, Faulkner, Fitzgerald, Dorothy Parker, ma anche Hemingway, Carver e Yourcenar, per tacere di Omero, e nel suo studio tiene un'intera libreria dedicata alla narrativa, che si contrappone ad un'altra con testi di legge e diritto.
Ma se muore Alvise, suo amico da sempre, impegnarsi nell'indagine per omicidio, per lui  significa scoperchiare  un barile di nefandezze: abusi sui minori, da parte di religiosi, circonvenzione di incapaci, appropriazione indebita di beni appartenuti a vecchie persone "aiutate" a morire. Avrebbe preferito non conoscere la doppia, terza vita dell'amico, con quello che sottende e gli impone di rivedere il giudizio sui suoi stessi amici. Tenero antieroe contemporaneo, pieno di slanci e incertezze, ancora e sempre in cerca di un amore, un po' si lecca le ferite, un po' prende cantonate, serio e competente nel suo lavoro, ma sfiorato dal dubbio di sbagliare.
Cullata dall' acqua dei canali, che a Venezia sembra ritmare il tempo che passa, la narrazione comincia sottotono, ma poi acchiappa chi legge fino allo sciogliersi dell'enigma.
Però niente è più come prima perché, citando Hemingway, "morire non è niente",  ma solo per chi muore e chi rimane deve affrontare "il" niente, ossia la negazione assoluta, aggiunge il nostro commissario. Gli basterà la corazza difensiva, che si è costruita in tanti anni di servizio nella Mobile, per tollerare l'ingiustizia, la crudeltà, la violenza, l'orrore e, appunto, la morte?

Morire non è niente, Elisabetta Baldisserotto, Cleup 2015.