Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

venerdì 22 agosto 2014

La banda degli invisibili



In una Roma quanto mai lontana dai privilegi della Montecitorio SpA, Angelo, Ettore, Filippo e Osvaldo accarezzano l'idea di un gesto esemplare: un vero e proprio rapimento del Premier, quello per antonomasia, straconosciuto per le leggi ad personam.
Ad acchiappare chi legge, per così dire,  non è tanto la vicenda in sé, che appare subito piuttosto inverosimile, se non ridicola, quanto il processo di incubazione e pianificazione del progetto, con la ricerca degli strumenti e delle comparse, l'assegnazione dei ruoli e la tempistica delle azioni. Il tutto deciso tra le panchine dei parchi, il Centro per Anziani e le case, più o meno confortevoli, di questi "invisibili", ritenuti tali perché innocui, se non inutili. Trecento anni in quattro, vedovi o giovanottoni, con più di un acciacco a rallentarne la camminata e vincolarne le scelte quotidiane, compongono una banda formidabile che riserva delle sorprese.
Seppure tocchi argomenti delicati quali la solitudine e l'indigenza, Fabio Bartolomei usa una lingua efficace, in una prosa sciolta e non banale, regala  qualche sonora risata e tocca la corda della malinconia senza indugiarvi.
La banda degli invisibili, Fabio Bartolomei, edizioni e/o, 2012.


Invece un piano di tutt'altro tipo viene architettato da un "vecchiaccio" che ruba le biro e un uomo che sembra stia "trattenendo un sorriso". Nella strana coppia qualcosa va storto, nel senso del brusco arresto del soffio vitale, però il "piano" arriva a buon fine, senza che i destinatari del pensiero/dono ne siano consapevoli.
Il titolo Un calcio in bocca fa miracoli è allusivo e io non voglio svelare di più perché l'intreccio sia conosciuto e apprezzato come merita.
L'umorismo di Marco Presta basta a qualificare la lettura e rendere lieve persino il bilancio amaro di un'esistenza.
Un calcio in bocca fa miracoli, Marco Presta, Einaudi, 2011.

Sarà difficile recuperare questo titolo, Quartetto in autunno, perché apparentemente fuori catalogo. Eppure rappresenta una delle narrazioni più adeguate a rendere lo spaesamento delle persone al termine della loro esperienza lavorativa. Barbara Pym ( di cui ho parlato anche nel post Donne che scrivono), con la sua penna intinta nello speciale inchiostro dell'ironia, tratteggia quattro personaggi, colleghi d'ufficio, alla soglia del pensionamento. Le parole non dette, trattenute dal riserbo e dalle convenzioni, possono sembrare un vezzo molto datato, in questo primo decennio che ha definitivamente abolito le cosiddette buone maniere. L'autrice le presenta come un presidio alla propria integrità, un diaframma che rappresenta non tanto e non solo una corazza di difesa relazionale, quanto un modo di comunicare simbolico e rispettoso.
Letty e Marcia, Edwin e Norman non sono legati da una particolare amicizia, ciascuno difende la sua autonomia di pensiero e di vita, al punto che le loro scelte possono apparire sconsiderate o quantomeno eccentriche ma, con un inaspettato epilogo,  Barbara Pym ci dimostra che la realtà può spingersi più lontano delle prudenti fantasie.
Quartetto in autunno, (Quartet in Autumn, traduz. di Frida Ballini), Barbara Pym, La Tartaruga edizioni, 1992.

Considerando l'argomento, avrei potuto titolare questo post De senectute 2, giacché ho pubblicato un De senectute nel 2013, ma ho preferito sottolineare l'invisibilità dei vecchi, che  si preferisce chiamare anziani, con un termine asettico e distante.  Invisibili perché ignorati dalle leggi; invisibili perché vivono sovente  in modo miseramente precario, confinati nelle loro case da cui non possono entrare e uscire a causa di barriere architettoniche, affidati a badanti incompetenti che li lasciano ancora più soli; invisibili perché estranei allo shopping modaiolo; invisibili perché non più produttivi, quindi scomodi, salvo  non stiano ancora saldamente al potere.
Nei libri citati ho trovato un ritratto umano e palpitante della vecchiaia, assai diverso dall'immagine restituita dai media, quando se ne occupano: un onere pesante e fastidioso per la società e,  per i familiari,  un dovere di cura che sottrae il divertimento alla vita.